Lo Zen e l’acquario

Lo Zen rappresenta nel pieno senso della parola una religione filosofica che permea di significato la vita degli orientali (ed in particolare dei giapponesi). Una dimensione, questa, che andrebbe più correttamente osservata dall’interno, attraverso la sua pratica, per non incorrere nel paradosso di applicare categorie estranee a contesti culturali differenti dai propri.
Per arrivare a comprendere come lo Zen abbia influito su una molteplicità di attività, come l’arte bonsai e quella dell’acquario, è forse necessario ripercorrere le varie tappe che possono spiegare quello che con l’avvento di Takashi Amano è divenuto un vero e proprio fenomeno. In origine lo Zen definiva genericamente una categoria di monaci buddisti dediti specialmente alle arti e alla meditazione col fine di raggiungere il Satori, ovvero l’illuminazione che porta ad un più elevato livello di coscienza.
Il Satori, a differenza del Nirvana (il cui raggiungimento implica il distacco dell’interesse dalle questioni terrene) si propone come arte del fare, come partecipazione attiva e consapevole al mondo. Lo Zen si fonda su tre concetti chiave (tra l’altro di difficile traduzione): Yûgen, Sabi e Wabi.

Yûgen rappresenta il mistero che si cela dietro le apparenze, Sabi è il fascino del mutamento e si trova in ciò che è passato e segnato dal tempo, Wabi è la solitudine, l’austerità, la calma. In breve tempo la visione zen divenne origine e fondamento delle  arti e della cultura, nuovo cuore pulsante della poesia, della cerimonia del tè, dell’arte bonsai, dell’arte dell’ikebana, delle  arti marziali, dell’arte del tiro con l’arco ecc.
Fu allora che l’arte del giardino acquistò un rinnovato slancio diventando la massima espressione d’interazione creativa fra l’uomo e la natura. Il giardino zen prende forma prima di tutto nella mente: è un occasione di purificazione mentale e d’immersione nei misteri della natura e della vita; ogni elemento ha una sua ragion d’essere, e viene opportunamente collocato allo scopo di  raggiungere una completa armonia d’insieme.
La tipicità di questi giardini è quella di ricreare l’atmosfera del paesaggio (a cui il giardiniere-artista si ispira) in uno spazio minimo. In definitiva, il giardino zen è un microcosmo i cui elementi posseggono significato e vita propri, sebbene strutturati dalla mano dell’uomo che con raffinate tecniche orticolturali ed infinita pazienza tenta di raggiungere la perfezione. Il giardino è dunque la metafora di un modello di perfezione e contemplazione stupendamente integrato nel circolo infinito di vita e morte.
Nel 1972 Takashi Amano fece la sua prima apparizione nel mondo dell’acquariologia con l’allestimento di un acquario che ricreava un paesaggio naturale ricostruito seguendo i canoni classici del giardino Zen.
Da allora gli allestimenti di acquari con piante che erano tipicamente di stile olandese iniziarono ad evolversi e cambiare; nell’acquario olandese, le piante vengono disposte seguendo i classici canoni dei giardini e delle aiuole europee, ossia vengono collocate accostando piante diverse fra loro ma somiglianti nei colori o nelle forme delle foglie.
In quello naturale, invece,  gli accostamenti tra le piante servono per esaltare non sono la naturalezza dell’acquario stesso ma anche per accentuare la tridimensionalità del paesaggio ricreato (grazie ad un uso sapiente di colori ed ombre). Amano introdusse inoltre in vasca legni e rocce, dando maggior risalto allo spazio vuoto, che come lo stesso Zen insegna, non  è inteso nel senso di vuoto, di nulla, ma bensì di pieno di niente (lo spazio ha un’importanza ancor più fondamentale quando si realizzano gli Iwagumi, i tipici layout con sole rocce e piante). Tali allestimenti rispecchiano in pieno il carattere zen: è proprio il vuoto la chiave per ottenere un risultato soddisfacente, ed è grazie ad esso che si ha l’impressione di trovarsi in uno spazio sconfinato.
In definitiva si è passati da una concezione di acquario schematico ed ordinato, ad un vero e proprio ecosistema che mira  non tanto a ricreare il paesaggio (o una sua immagine mentale) a cui l’artista si ispira, bensì a suscitare nell’osservatore le stesse emozioni che hanno guidato il creatore dell’acquario stesso.

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